Cenni della critica.


Paolo Manazza, Milano 1986


Il primo impulso, dopo aver visto le opere di Coletti, mi ha portato a rispogliare alcune pagine di Goethe, tra le meno famose, sintesi di una vera e propria teoria sui colori. Di esse, del loro uso/abuso, si nutre in fondo buona parte dell’arte contemporanea. Ma i lavori di questo artista napoletano sembrano, meglio di ogni altro, calzare quell’analogia e anzi vestirla di proprio.

    Vere esplosioni nella tela, costruite con infiniti cromatismi, rapiscono per i loro accostamenti a segmento, lucidi e razionali, quasi volessero ricreare dal nulla lo spazio occupato e distrutto: così preciso il ragionamento da riportare alla pari il cerchio cromatico come fosse appena uscito dalle rifrazioni di un prisma. Questi è il Coletti che preferisco. Di più, ricercare fantasmi e dintorni della sua arte non potrei. La grammatica, la sintassi del colore è la sua forza. Non a caso basta aprire le Osservazioni sui colori di Wittgenstein per leggere Descrizioni di puzzle mediante la descrizione dei suoi pezzi…solo una volta che siano stati messi insieme, una certa cosa diventa ombra un’altra uno splendore, un’altra ancora una superficie concava o convessa monocromatica, e così via. E ancora: Qui c’è una specie di matematica del colore. Il resto è, quand’anche, solo poesia.