Franco Bellingeri, Sesto Calende (Varese) 1988  

L’opera di Filippo Coletti offre d’acchito la strana sensazione di una commistione, solo apparentemente impossibile, di Naïf e Pop: Naïf il contenuto, Optical la forma. In realtà, nel polimorfismo della sua produzione, Coletti cerca di scoprire la costante delle istante estetiche, che più gli sono congeniali, e questa costante, più che in precisi riferimenti artistici, più che in singoli autori, è all’interno del suo mondo, della sua umanità: è la motivazione stessa che lo spinge a lavorare, a comporre: Naïf e Pop sono accomunati dall’essenza più semplice del vedere (Pop) e del comunicare (Naïf).     

L’uomo Coletti mostra una sensibilità viva per il genere umano, per la realtà che lo circonda, ma questa realtà non è fatta d’altro che di uomini, di oggetti che gli uomini utilizzano, di messaggi che gli uomini ascoltano, di immagini che gli uomini vedono.     

In questo modo Coletti coglie, in maniera genuina, le radici profonde che legano le manifestazioni più diverse dell’arte contemporanea, le esperimenta in proprio, con immediatezza, con semplicità e fiducia espressiva. Ogni lavoro è ad un tempo avventura e parola: esplorazione di sé, ma soprattutto del mondo, proposta comunicativa; comunicazione ed avventura sono sempre provocate e guidate da un’intuizione, da un sentire ed il sentire di Coletti si riassume in una parola: genuinità.  La ragione, la scuola, la tradizione espressiva frenerebbero la comunicazione; la parola che invece si offre sempre ed a tutti è offerta, con modestia, ma con fiducia: parola che è più presenza, che testimonianza, accenno che discorso, frammento che testo, umanità che umanesimo.     

L’innocenza, il calore, l’immediatezza del segno fanno sì che sia sempre opera che ha nell’uomo la propria materia, il proprio fine, ma anche la propria sorgente: l’artista stesso, Coletti stesso.