Rino Caravella, Milano 1986  

Mescolanza di colori, carte, colorazioni e collages, e sovrapposizioni. Immaginazioni materiali e costruzioni e, quindi nuove ricostruzioni. Poliformazioni di materiale, sua riadattazione. Un’esigenza nata dall’ansia di una continua ricerca. Ricerca non di sole forme nuove, ma di nuove interpretazioni anche di forme antiche, anche più antiche di quanto non lo sia la presenza dell’uomo sulla terra. Oppure - o anche - la ricerca di incessante di un io nascosto, ancora in luce, figlio oscurato dalla penombre di esigenze materiali incolmabili.     

È questa la materializzazione linguistica dell’arte di Filippo Coletti? Potrebbe darsi. E forse anche altro ancora: si immagini un centro di idee sufficientemente evanescenti da non essere in modo immediato ma abbastanza solide da poter scalfire la percezione visiva e, sempre discernibili a livello psicologico. Esiste, ma solo l’attenzione di un occhio allenato e sensibile è capace di raccogliere un siffatto messaggio estetico-formale. Senso di pacatezza, di riposo o di carezzevole tranquillità. Ma anche angoscia dell’estetica universale, dello spirito inquieto del ricercatore, dell’ansia del fare i modi diversi e diversificabili: appaiono così all’occhio dell’osservatore le forme di Filippo Coletti. È questa l’impressione che esprime la sua arte.      È, ancora, un altro dato emerge costante: una sorta di persecutorio bipolarismo costantemente incerto tra conservatorismo e avanguardia. Bipolarismo significativo nel panorama, tanto ampio quanto sminuzzato, dell’arte contemporanea.     

Si può ascrivere all’intervento del Coletti un segno - ma potrebbe definirsi anche semplicemente un segnale definitivamente codificato – che potrebbe essere di volta in volta ultra-avanguardistico o naïf, decisamente aperto o doverosamente vincolato. È tuttavia non è affatto prevista la pretesta di decodificare l’intervento estetico in un’unica congettura interpretativa, ideale e uniforme. È in ciò la sua alternativa capacità di essere un segno-segnale ora aperto e ora vincolato. Ciò vale sia qualora lo si voglia vedere come una semplice interpretazione linguistica sia come una pura interpretazione estetica.     

Non c’è in Coletti il dato bello o il dato brutto: c’è invece, solo la realtà dell’atto compiuto quasi con aria di ammiccamento nei confronti dello spettatore al quale gli si suggerisce, tra le righe, una sorta di complicità nel ripensare con rimpianto cose che convivono con noi da sempre e di cui ci si accorge solo quando esse non sono più.  Con Coletti si ritrovano quantificati e sintetizzati i contorni formali delle immagini canoniche legate all’antropomorfismo di un Baj o all’incertezza amorfa di un Rosenquist o, ancora, all’ineluttabilità del presente di consumo di un Warhol. Sempre esiste, comunque, una ricerca che nasce dentro e si realizza fuori dagli oggetti del mondo; dentro gli oggetti stessi e fuori di essi. Le sue costruzioni non vivono solo con il concorso di una pur sollecita fantasia, ma con evidenza definitoria si creano i valori di una partecipazione cerebrale alle percezioni sensibili.     

Pur nella rivelazione di una certa formulazione accademica questa non va considerata una minimizzazione dell’intervento, quanto, piuttosto, un segno di soffocamento voluto dall’artista che vuole esprimere il senso di sopraffazione che gli viene imposto dal suo stesso gesto inteso a non oltrepassare taluni limiti autoimposti. Limiti voluti per rispetto, per discrezione, per esasperazione della ricerca dei significati già imposti dai materiali adoperati.     

L’angolazione interpretativa dell’estetismo di Filippo Coletti va ricercata nel senso di umiltà che appartiene all’interprete dei fenomeni della natura e non già nella violenta sopraffazione di chi si considera un creatore. Egli riesce a partire dalla concretezza del mondo e su di essa interviene non con intenzioni contraffattorie ma con autentico spirito interpretativo, valuta la sua esistenza al mondo come l’esistenza nel mondo di ogni oggetto che gli appartiene. Il sasso è nell’uomo come questi in quello e Coletti trova il momento d’identificazione attraverso un atto di simbiosi: conduce lo spettatore a trovare nel sasso un po’ di uomo, un po’ di sé medesimo, della sua natura, del suo vivere le emozioni del momento e dell’esterno. Nulla è tolto al sasso e nulla è impedito all’uomo ma ad entrambi si concede di essere sotto duplice forma. Analoga operazione avviene nei collages: quale che possa apparire la sua esteriorità visibile la sua apparenza, i pezzi sono intenzionalmente collocati fuori dalla logica d’uso visivo per essere immessi in una logica di fluttuazione delle emozioni. Anche quando non esiste tematicamente, la presenza dell’uomo si avverte psicologicamente. Allo stesso modo vanno considerate le conformazioni pittoriche, costruttive, coloristiche, le sue architetture di oggetti, le sue interpretazioni lineari, le sue definizioni fotografiche.    

Perché in ogni sezione espressiva Coletti riesce a manifestare il suo essere, intenzionalmente presente con identico peso, come fosse una firma istintività. Tutte forme che appaiono ora avulse dalla consuetudine, ora inserite nella più intima quotidianità, sempre risolte in un contesto dialettico tra ciò che si può pensare e ciò che è stato pensato, tra il presente fugace e la sua essenza storica fissata. Tra chi pensa e ciò che pensa. Quasi fosse un valore assoluto, una costante emblematica o più semplicemente tautologica, il suo essere artista si protrae in un itinerante dialogo con gli oggetti ai quali presta la parola, li fa vivere attraverso sé stesso: davvero mirabile l’intenzione, già nella sua definizione propositiva, quantunque ancora ampi siano gli orizzonti da esplorare.